Nel primo articolo abbiamo esplorato il contesto generale: le sfide ambientali dell’industria della profumeria, il ruolo del packaging, la chimica verde e l’importanza del mercato secondario come strumento di economia circolare. In questa seconda parte entriamo nel dettaglio — perché orientarsi nel mondo della profumeria sostenibile non è semplice, e la distanza tra marketing e realtà è spesso più grande di quanto sembri.
Il problema del greenwashing: come riconoscerlo
Non tutti i profumi che si definiscono “naturali”, “eco” o “green” lo sono davvero. Il greenwashing — ovvero l’uso superficiale del linguaggio della sostenibilità a fini commerciali — è diffuso anche nella profumeria, e i consumatori più informati lo riconoscono sempre più facilmente.
Il segnale d’allarme più comune è la vaghezza. Un’etichetta che riporta genericamente “fragranza” o “parfum” senza specificare gli ingredienti nasconde spesso una miscela di centinaia di molecole sintetiche, alcune delle quali potenzialmente problematiche. Al contrario, un brand realmente sostenibile elenca con precisione ogni componente — sia sulla confezione che sul proprio sito — e non si nasconde dietro termini generici.
Altrettanto importante è la differenza tra “naturale” e “sostenibile”. Un ingrediente naturale non è automaticamente sostenibile: l’estrazione intensiva di sandalo, oud o iris può causare danni ambientali significativi. Un ingrediente sintetico di nuova generazione, invece, può essere prodotto con un impatto ambientale molto inferiore. La vera sostenibilità non è una questione di etichette — è una questione di filiera.

Come scegliere un profumo sostenibile: la guida pratica
Gli ingredienti

Il punto di partenza è sempre la lista degli ingredienti. I profumi eco-friendly privilegiano oli essenziali botanici e alcol biologico, evitando additivi sintetici come ftalati e parabeni — sostanze che pongono rischi sia per la salute della pelle che per l’ambiente. Quando un brand non è disposto a dichiarare apertamente cosa contiene il suo profumo, è un segnale che qualcosa non va.
Un elemento spesso trascurato è la scelta tra ingredienti naturali e biotech. Le molecole di sintesi di nuova generazione — create in laboratorio attraverso processi biotecnologici — possono riprodurre note olfattive complesse senza mettere sotto pressione ecosistemi fragili. In questo senso, la biotech non è un compromesso: è spesso la scelta più responsabile.
Accanto all’estrazione sostenibile, la biotecnologia sta rivoluzionando il modo in cui l’industria della profumeria affronta la scarsità delle materie prime. Alcune delle fragranze più preziose — oud, sandalo, ambra grigia, muschio — derivano da risorse naturali sempre più rare o da specie sotto pressione per la raccolta intensiva. La biotech offre una risposta concreta: molecole create in laboratorio attraverso processi di fermentazione da lieviti o batteri geneticamente ingegnerizzati, capaci di riprodurre con precisione la complessità olfattiva degli originali naturali senza alcun impatto sugli ecosistemi.
Il sourcing e le certificazioni
La provenienza degli ingredienti è fondamentale quanto la loro natura chimica. Le certificazioni Fair Trade garantiscono che i fornitori e gli agricoltori rispettino standard etici sul lavoro — retribuzioni eque, condizioni di sicurezza, protezione delle comunità locali. Le certificazioni USDA Organic, COSMOS Organic e Ecocert confermano l’aderenza a standard rigorosi sia per le pratiche lavorative che per l’approvvigionamento responsabile.
Se questi loghi non compaiono sulla confezione, il sito del brand offre spesso dichiarazioni di trasparenza sulle partnership con agricoltori o distillatori. Un brand che non comunica nulla sulla provenienza dei propri ingredienti è un brand che probabilmente non ha molto da comunicare.
Il packaging
Il packaging è l’area in cui l’industria può fare la differenza nel breve termine — e dove le innovazioni più concrete stanno già avvenendo. Alcune caratteristiche da cercare: flaconi in vetro riciclato e riciclabile, tappi a base biologica, inserti in polpa stampata al posto della plastica o dello styrofoam, scatole in carta Kraft o con certificazione FSC. Alcuni brand stanno sperimentando bioplastiche riciclabili e packaging compostabile — materiali che riducono significativamente l’impatto ambientale rispetto alle soluzioni tradizionali.
Il futuro del packaging nella profumeria si muove in tre direzioni principali.
- La prima è la biodegradabilità. Materiali come il micelio — funghi ingegnerizzati che crescono attorno a scarti agricoli — stanno già sostituendo polistirolo e plastica in alcuni brand niche. I polimeri vegetali, le bioplastiche “bio-based” o “PEF” e la fibra modellata rappresentano un’alternativa concreta e già disponibile al packaging tradizionale. Non sono sperimentazioni di laboratorio: sono scelte operative che alcuni brand stanno adottando ora. Nuove normative europee come REACH e le regole EPR (Extended Producer Responsibility) stanno accelerando questa transizione, trasformando la sostenibilità del packaging da scelta etica a requisito normativo.
2. La seconda è l’intelligenza. Chip digitali integrati nelle confezioni per fornire informazioni sulla filiera, istruzioni di riciclo personalizzate via QR code, tracciabilità degli ingredienti tramite blockchain. Il packaging del futuro non sarà solo contenitore — sarà strumento di comunicazione e trasparenza.
3. La terza è la circolarità. Non solo riciclo, ma recupero attivo delle confezioni da parte dei brand. Alcuni, come By Rosie Jane, offrono ai clienti uno sconto in cambio della restituzione dei flaconi vuoti per il riciclo. Henry Rose produce bottiglie con il 90% di vetro riciclato e tappi compostabili in soia. Sono modelli che trasformano il fine vita del prodotto in un momento di relazione con il consumatore, piuttosto che in un problema da ignorare.
I sistemi refill meritano un discorso a parte. Con oltre 20 miliardi di unità di packaging per fragranze prodotte ogni anno e il 95% di esse destinate alla discarica dopo un solo utilizzo, i programmi di ricarica rappresentano uno degli strumenti più efficaci per ridurre lo spreco. Grandi maison come Guerlain, Chanel ed Hermès li hanno già adottati. Alcuni brand niche li hanno fatti propri fin dall’inizio.
Cosa può fare il consumatore: una checklist pratica
Orientarsi non richiede di diventare esperti di chimica verde o di normative ambientali. Bastano alcune domande semplici da porsi prima di ogni acquisto:
Il brand elenca tutti gli ingredienti in modo trasparente, senza termini vaghi come “fragranza”? Esistono certificazioni di terze parti (USDA Organic, Ecocert, Leaping Bunny, Fair Trade)? Il packaging è riciclabile, refillabile o biodegradabile? Il brand comunica apertamente le proprie pratiche di sourcing e produzione? Esiste un programma di reso o riciclo dei flaconi?
Un’ultima considerazione: scegliere formati che si è ragionevolmente certi di consumare completamente è già un atto di sostenibilità. Un profumo da 100ml acquistato per curiosità e usato per il 20% produce molto più spreco — in termini di risorse, packaging e denaro — di un campione da 8ml scelto con cognizione di causa, o di un flacone da 50ml acquistato sul mercato secondario da chi non lo usa più.
Il mercato secondario come atto rivoluzionario

In questo contesto, la scelta di comprare un profumo usato — o di vendere quello che non si usa più — non è solo una questione economica. È una scelta di campo. È dire che il valore di un oggetto non si esaurisce con il primo acquisto, che la produzione non è l’unico modo per accedere alla bellezza, che esistere in un mercato circolare è preferibile a consumare e gettare.
Sceido nasce da questa convinzione. Non come risposta green di facciata, ma come infrastruttura concreta per far circolare fragranze tra persone — riducendo lo spreco, democratizzando l’accesso e dando nuova vita a bottiglie che altrimenti resterebbero ferme in un cassetto.
Ogni profumo che passa di mano è già sostenibilità. Senza certificazioni, senza slogan.
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